6 Kilim Esemplari - i Kilim di Dario Valcarenghi Via Filippo Corridoni, 6 - 20122 Milano. Tel. +39 0259901811

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6 Kilim Esemplari



Un detto mediorientale del XVI° secolo dice che "Ognuno può tirar fuori il proprio kilim dall'acqua"
(B.Balpinar.  The Godess form Anatolia. Vol IV, p.4 - J.J. Eskenazi).
Un modo per dire molte cose e, in fondo, una sola, per esempio, "Ognuno può trovare le proprie radici sommerse",  oppure  "Ognuno può recuperare la propria identità perduta" o anche "Ognuno può tirar fuori la propria verità dall'inconscio".

Nel momento in cui anch'io mi accingo a tirar fuori alcuni miei  kilim dall'acqua, non posso non ricordare ancora una volta che la ricerca e la conoscenza simbolica non seguono percorsi razionali, ma analogici, non deduttivi , ma induttivi. Come ci ricorda  Jung: "un'immagine è simbolica quando implica qualcosa che va al di là del suo significato ovvio e immediato. Essa possiede un aspetto più ampio, inconscio, che non è mai definito con precisione o compiutamente spiegato. Nè si può sperare di definirlo o spiegarlo. Quando la mente esplora il simbolo, essa viene portata a contatto con idee che vanno al di là delle capacità razionali"(C.G.Yung, L'uomo e i suoi simboli, Longanesi, Milano 1988)
A mano a mano che un'immagine comincia a "parlare", ci accorgiamo che le analogie e i diversi messaggi restano concatenati, solidali tra loro in una tensione che tende a dilatarsi.
Le diverse immagini inoltre, non diversamente dalle parole, interagiscono, creando un significato dinamico complesso, vitale come il fluire di un discorso, per poi tornare a nascondersi dietro i segni immobili  che le hanno espresse.



1) La Grande Dea

La dualità; il simbolo più radicato, più diffuso e costante nel disegno del kilim investe la stessa struttura del tessuto: due erano spesso i fili che si ritorcevano nella tessitura, due, come abbiamo già visto, le coordinate del telaio, due anche le parti simmetriche che compongono il tappeto tessuto; due, infine, le immagini dello stesso disegno leggibili in negativo o in positivo.

Su questi due ultimi aspetti iniziamo a  "comprendere" il primo kilim.


Vediamo che questo tappeto è composto dall'unione di tessuti cuciti insieme in senso longitudinale: le due parti risultano simmetriche  e compongono un intero.
Questo elemento, relativamente costante nella produzione dei kilim tradizionali (che ci sia o no la cucitura), è rintracciabile già negli affreschi parietali di Chatal Huyuk ed è anche ricordato nelle Metamorfosi di Ovidio dove si incontrano le " geminae telae della tessitrice: dalla loro unione nasce il tessuto, le cui immagini variamente colorate  rappresentano il variopinto tappeto della terra " (Metamorfosi, libro 6, 54).
Molti esperti, ancora oggi, pensano che la particolarità  delle tele gemelle sia da attribuire alle ridotte dimensioni del telaio che avrebbero costretto a tessere il tappeto in due volte.
La mia ipotesi interpretativa si fonda invece sull'analogia di questo dualismo con altri aspetti già visti dello stesso principio, i quali, tutti  insieme,starebbero a dimostrare l'esigenza delle tessitrici di parlare dell'ambivalenza percepita in ogni cosa.
Le due parti di un kilim sono sempre molto simili e "in relazione" l'una con l'altra, ma non sono mai perfettamente uguali, così come, per esempio nell'immagine del corpo umano la parte destra e la parte sinistra sono quasi uguali, ma non identiche.
Io credo che un elemento del fascino di un kilim consista proprio in questo equilibrio particolare, fondato su analogie, assonanze e dissonanze, non su un'identità rigida e impersonale.

Le dominanti simboliche di questo kilim sono cromatiche e numeriche  e le immagini a cui si riferiscono sono il corpo della dea, l'avvoltoio e la caverna, in una interazione fra positivo e negativo e in una contrapposizione fra parte superiore e parte inferiore.


Vediamo il doppio aspetto positivo-negativo.

Per quanto riguarda la parte in positivo si vede in questo tessuto una forma stilizzata della dea, raffigurata tre volte in ognuna delle due simmetrie. Osservando la prima e la terza immagine in azzurro e rosso, possiamo riconoscere una piccola testa,  le due braccia ripiegate verso l'interno e le due gambe divaricate e ricurve; lo stesso disegno anima la figura centrale  in violetto e verde





Per quanto riguarda la parte  in negativo , possiamo riconoscere una dea nella  parte bianca del kilim ripetuta per quattro volte.  in questo caso le immagini in positivo e in negativo sono in relazione tra loro perchè le due teste di avvoltoio - riconoscibili tra le mani della dea - sono tessute in positivo e in negativo troviamo invece le due braccia della dea  con le mani che afferrano i colli degli avvoltoi. Inoltre è possibile vedere come il corpo degli avvoltoi e la caverna coincidano. (Per riconoscere con maggiore evidenza altre immagini della dea che afferra gli avvoltoi vedi kilim numero 3 "la dea e gli avvvoltoi")
Per quanto ancora riguarda la parte  in negativo le quattro immagini della dea sono bianche, fluide, sfuggenti, disperse in qualche modo e confuse sullo sfondo di questo kilim. Al contrario le tre figure della dea  in positivo  che sono colorate, materiche, precisamente definite e che si stagliano dal fondo del kilim.

Che cosa può voler dire questo? La dea bianca è  "la dea del tempo" e il suo ripetersi per quattro volte la collega alle fasi del ciclo lunare; e, inoltre, moltiplicando la somma  del corpo della dea (della centralità che simbolicamente rappresenta, come vedremo nei prossimi kilim) delle sue sei dita per le quattro volte in cui l'immagine è riprodotta,  otteniamo il 28, numero che si riferisce ai giorni che compongono il periodo lunare.

La dea colorata, invece, attraverso la reductio ad unum cromatica, passa dagli azzurri e rossi al violetto (che ne  è la sintesi per sovrapposizione e quindi  superamento) e al verde e cioè dai valori maschili e femminili alla totalità divina ed eterna, qui rappresentata dalla figura centrale: la grande dea.
Fra le quattro figure in negativo e le tre figure in positivo si evidenzia a questo punto una interdipendenza simbolica: forse nell'archetipo della dea  coesistono un aspetto dinamico e un aspetto statico, uno che governa il mondo visibile e uno il mondo invisibile, una connesso all'infinito fluire del tempo e dello spazio e l'altro collegato alla natura e al suo ciclo vitale.

 



2) Le 3 Croci

 

Se confrontate questo kilim con il precedente che  ho proposto troverete che la scansione cromatica prevalente è la stessa: rosso e azzurro, verde e violetto, ma il percorso simbolico è ancora più esteso.
Prima di tutto qui i colori prevalentemente simbolici si "nascondono", ma non solo, una volta trovati ci sentiamo indotti a tracciare dei segni che a loro volta ne producono altri finchè il significato misteriosamente emerge a parlarci, come fanno sempre i kilim, anche di noi.  

 
 
 
 

Le quaranta croci che possiamo contare su questo kilim sono iscritte all'interno di altrettanti riquadri con diversi colori.  Se sovrapponiamo un segno di croce a cinque riquadri, ovunque su questo kilim se ne abbia la possibilità, non otterremo mai ai quattro vertici della croce che si sarà formata quattro riquadri dello stesso colore. Salvo in tre posizioni dove non solo ciò è possibile, ma sembra addirittura che il kilim stesso ci suggerisca di farlo.  Due croci hanno i vertici che  toccano quattro riquadri rossi avendo al loro incrocio un riquadro azzurro e una croce tocca ai suoi vertici quattro riquadri violetto e al suo incrocio un riquadro verde. Le tre dee del kilim precedente hanno la stessa composizione cromatica delle tre croci di questo kilim, ma mentre due della tre dee assumono una posizione laterale rispetto a quella centrale, per risolversi poi nella reductio ad unum che la dea del tempo impone loro, altro accade per le tre croci.

 
 
 
 


Due delle tre croci  infatti si sovrappongono parzialmente dissolvendosi in una figura diversa dalle loro, apparentemente insignificante.  Cosa ci nasconde ancora questo kilim ?  Se portiamo un segmento ad unire prima i due riquadri rossi,  che soli , entrambe le croci condividevano, e poi uniamo i tre riquadri rossi e azzurri rimasti, sia da una parte che dall'altra, abbiamo ottenuto l'ascia doppia.

 
 
 
 

Le "indicazioni"  suggerite dal kilim ci hanno portato a far nascere una croce e un'ascia doppia e a interrogarci  sul significato della loro relazione.

Ananke: Caso e Necessità trovano  insieme la croce e l'ascia doppia. La croce simbolo della dea e la doppia ascia quale simbolo del suo potere , l'una nel suo aspetto statico, l'altra nel suo aspetto dinamico verso il sereno e verso la tempesta, verso la vita e verso la morte.

La statica e la dinamica di questo valore simbolico ci appaiono in tutta evidenza osservando il kilim successivo alle didascalie su i disegni, dove il ruolo dell'ascia doppia viene assunto dagli avvoltoi.

 

Prima di concludere l'esame di questo kilim , che non si esaurisce comunque con le prossime righe, vorrei aggiungere che in Cina il numero della croce è il cinque : "La simbologia cinese....ci ha ricordato di non considerare mai le quattro braccia della croce senza la loro necessaria relazione con il loro centro, il punto d'intersezione delle sue braccia..." (DeChampeaux G. Introduction au Monde des Simboles - Paris 1966).

 

Ebbene, se ci soffermiamo ancora su un particolare di questo kilim noterete come non si possa esprimere  più enfaticamente la presenza del  valore cinque proposto da questa croce, così come in tutte quelle iscritte nei quaranta riquadri del kilim:  quattro piccoli rombi a terminare le braccia della croce e un rombo  nell'intersezione ad ospitare lo yin e yang.  


(Azzardo l'ipotesi che, proseguendo gli scavi neolitici in Anatolia, si trovi il segno dello yin e yang, che allo stato attuale delle conoscenze, appartiene a una cultura successiva di oltre duemila anni.)


 



3) La Dea e gli Avvoltoi


 

Una donna anatolica ha tessuto questo kilim verso il 1850 con immagini che solo la tradizione poteva averle suggerito. Non poteva sapere infatti che verso il 1960 gli scavi di Chatak Huyuk avrebbero portato alla luce le stesse immagini che lei aveva tessuto, ma affrescate all'interno delle abitazioni  7000 anni prima.

In questo kilim si vedono coppie di avvoltoi
uno di fronte all'altro, nel loro punto di incontro si erge il corpo della dea  che sovrasta il potere che essi rappresentano.

 



a)
Chatal Huyuk stilizzazione della dea  che afferra due avvoltoi, Particolare tratto dell'affresco delle sette caverne.  b/c) Stilizzazioni della dea che afferra due avvoltoi. Particolari tratti da due   Kilim (cat.37 e 94 de La Storia del kilim anatolico)  d) Astrazione del simbolo della dea ripetuto nella fascia laterale di un kilim del XIX  secolo.  Del  corpo della dea, le cui braccia aperte formano una croce, si può vedere, attraverso le quattro immagini la progressiva stilizzazione che porta a raffigurare la sola croce. e) Simbolo degli avvoltoi ripetuti nella fascia laterale di un kilim del XIX secolo. f) Chatal Huyuk. Particolare con avvoltoi tratto da un affresco parietale del 6600 a.C. (J.Mellaart, op. cit. Vol.
II)

 
 
 



Réne Guénon scrive "in sanscrito Sutra
significa propriamente filo.
Un libro può essere costituito da un insieme di sutra
come un tessuto è formato da un insieme di fili...".









Particolare di kilim anatolico del XVIII  (collezione Dario Valcarenghi Milano)
pubblicato in sovracoperta nel volume "Il Simbolismo della Croce"
di Réne Guénon - Rusconi libri 1989.

 
 

L'intera immagine descrive il costume funerario (in uso ancora recentemente nella religione zoroastra) dell'antica città anatolica che prevedeva l'esposizione dei cadaveri agli avvoltoi per ridurre il corpo a scheletro prima della deposizione. Gli avvoltoi divoravano il corpo dei defunti ed erano quindi inconsci agenti trasformatori all'interno di un ciclo eterno che soltanto la dea natura può regolare.

 
 
 
 
 

  Chatal Huyuk ricostruzione di affresco parietale, figure in abiti funerari.
  (J. Mellaart)

 
 

Ricostruzione di affresco parietale con immagini di abiti ad ascia doppia.  (J. Mellaart)

 
 
 

Lo stesso costume nero a forma di ascia doppia, dipinto ripetutamente su  un cratere attico che risale al A.C. 750 , e anche in questo caso le immagini si riferiscono a riti funebri.

 

Nei kilim il tema della doppia ascia è molto frequente, ma di rado è il motivo dominante, come invece in questo kilim

 
 
 

Mi preme tuttavia osservare come la stessa immagine si nasconda spesso nel negativo di un altro disegno . In ogni banda di questo kilim le due teste stilizzate della dea, rivolte all'esterno, si incontrano offrendo in negativo l'immagine della doppia ascia, come a significare che la dea considera "attiva" la dualità di vita e di morte nel significato simbolico di quello strumento primordiale e sacro.

 

a. Immagine di mani protese tratte dal kilim accanto riprodotto
b. Nella specularità delle due  teste della dea si evidenzia anche in negativo l'ascia doppia

 

Un' altra particolarità è la frequente moltiplicazione enfatica del tema: l'ascia doppia, nucleo centrale nel centro del kilm, si allarga a onda ripetendosi e dilatandosi fino a smarrire, apparentemente, la forma originaria.

Questa manifestazione iconografica ipertrofica, a mio parere, ha lo stesso valore simbolico, cioè (come abbiamo visto) quello di attribuire una particolare intensità di accento alla immagine rappresentata.

 

4) La  Stella a 6 Punte

Hacilar è un insediamento del tardo neolitico, che si trova a trecento chilometri da Chatal Huyuk. Le due città furono distrutte press'a poco nello stesso periodo, verso il 4.000 a.C.; James Mellaart, che diresse gli scavi di Hacilar per quattro anni, ha scritto come l'innovazione principale di quella cultura rispetto a Chatal Huyuk sia stato lo sviluppo della ceramica dipinta. Ed è proprio su un vaso di Hacilar del quarto millennio che per la prima volta fu trovato il disegno di una particolare forma di stella (di Hacilar appunto) che sarebbe poi fiorita sistematicamente nei kilim fino ai nostri giorni.

 
 

La stella di Hacilar è composta da tre doppi triangoli speculari, come abbiamo visto,  tale composizione dà origine a una forma a stella articolata in sei triangoli che circoscrivono un rombo. Nei kilim la stella di Hacilar ha sempre nel centro un simbolo di dualità. Quando non si tratta di un rombo, è un doppio triangolo; a volte il rombo è in due colori, come nelle figure che seguono e che ricordano in modo impressionante  lo yin e yang.

 
 

Terracotta del IV° millennio proveniente da Hacilar e particolare di due kilim
anatolici
del XIX° secolo uno con stelle a sei punte e rombo inscritto
e l'altro con rombi a motivo continuo.

Che cosa significa questo ? Che valore ha la stella nei vasi di Hacilar e sui muri di Chatal Huyuk? Sono orientato a pensare che il significato principale di questa stella consiste nella ripetizione del numero sei (i  tre doppi triangoli) che dà quindi origine al sette (rappresentato dal centro).

Del sette ho già avuto modo di scrivere in questo testo, ma desidero qui riprendere il suo significato di centralità, di totalità cosmica, di conclusione di un opera o di un ciclo che, di per se stesso, apre la via a un'altra opera o a un altro ciclo. La stella starebbe dunque a indicare un'immagine di totalità dinamica che si estende all'infinito.
Il Cosmo - ciò che ha origine dal  Caos, ma se ne differenzia perchè esprime la possibilità di sistemare e organizzare - costituisce il modello archetipico che il genere umano segue nel suo agire, orientando la materia e l'energia verso i suoi progetti. La tensione all'assoluto, la perfezione e la totalità sono una spinta insopprimibile della psiche umana, anche se destinata a perenni frustrazioni, archetipicamente manifesta nell'idea di perfezione e completezza formale e graficamente espressa nella stella.

La cosmogonia, diceva Mircea Eliade, è il modello esemplare di ogni fare: non soltanto perchè il Cosmo è l'archetipo ideale di ogni situazione creatrice, ma anche perchè il Cosmo, opera divina, è santificato nella sua stessa struttura.
Per estensione, tutto ció che è perfetto, pieno, armonioso, fertile, in una parola tutto ciò che è cosmico, tutto ciò che assomiglia a un Cosmo, è sacro.




5) Le 7  Dee



È  un kilim che riassume nella sua iconografia una serie di simboli caratteristici della tessitura anatolica antica. Possiamo infatti riconoscere nella parte centrale due serie di immagini antropomorfe stilizzate, speculari un all'altra, poste rispettivamente sopra sette svastiche. Si tratta di immagini riferibili alla dea madre, che nelle culture matriarcali rappresentava l'archetipo dell'unione di tutte le energie opposte; e infatti le svastiche su cui esse esercitano il loro dominio sono un simbolo fra i più antichi e universali di un principio dinamico prodotto da forze contrarie.

Il riferimento all'unione degli opposti è riconoscibile nella più precisa connotazione del simbolo della svastica sotto la prima e la sesta dea (posizioni che affermano ancora il numero sette). Tale riferimento è riconoscibile anche nel gioco dei colori, dove i contrari sono rappresentati dal rosso e dall'azzurro e la loro sintesi dal violetto (simboli rispettivamente del principio femminile, del principio maschile e del loro superamento).
Sul bordo laterale sinistro e destro, in verticale , avrete riconosciuto il disegno della stella di Hacilar (vedi figure del kilim precedente) che si ripete alternandosi ad un altro disegno che può rappresentare corna taurine, simboli del doppio potere della divinità materna.

Questa alternanza mi fa ricordare quanto ha scritto l'archeologo Kurt Bittel (che nel 1931 tanta parte ha avuto nella scoperta di Hattusa - Bogazkoy capitale ittita) quando si riferisce ad Hacilar dei cui scavi pure si è interessato successivamente a lungo: "...Il suo apogeo coincide indubbiamente con l'epoca dello strato 2° quando i motivi acquistano forme astratte talvolta davvero fantastiche; decorazione e fondo si accordano così armoniosamente che è difficile stabilire se bisogna "leggere" il motivo decorativo in quanto tale o, al contrario , la parte riservata dal fondo. Nella fase più recente della cultura di Hacilar, la decorazione è dominata dall'elemento lineare, certamente presenta anche nell'arte tessile, con ogni probabilità praticata anche se mai attestata da alcun reperto..." ("Gli Ittiti" Kurt Bittel - Rizzoli Editore- 1977).

Ebbene, le sue parole ci riportano al nostro kilim in cui  l'alternarsi della stella di Hacilar alle corna taurine fà si che quando concentriamo il nostro sguardo su queste stelle scompaiono le corna taurine e, quando concentriamo il nostro sguardo sulle corna taurine scompaiono le stelle. Entrambe le figure sono però unite nella connessione che rappresentano anche dal loro numero,  sono 28, numero che rappresenta la totalità del ciclo lunare.

Dall'insieme di tutte queste immagini, (figure, colori e numeri) e dal loro incontro questo kilim emana una grande forza dinamica che trae origine dalla divinità, si diffonde nel movimento delle svastiche e attraversa le immagini taurine, attivando le stelle di Hacilar in un movimento simbolico di contrazione e di espansione che è all'origine di ogni realtà e di ogni manifestazione dell'esistenza a partire dal primo respiro.





6) L' Acqua Primordiale  

Il culto dell'acqua è tramandato con particolare insistenza da tutte le civiltà del bacino mediorientale. Nella figura proposta, per esempio, una scultura mesopotamica del  III millennio a.C. raffigura una dea che regge un vaso da cui l'acqua zampilla fluendo in due direzioni e nell'acqua ci sono dei pesci; l'acqua esce dalla terra (il vaso) e in  essa scorre la vita. Le mani, simboli di conoscenza e di potere (come abbiamo visto nei kilim precedenti), sono quindi in questa scultura evidentemente riferite alla terra e alla vita .

 
 

Nella figura che segue vediamo che l'acqua sgorga dal ventre della dea e scorre in una doppia coppia di direzioni, alto e basso, destra e sinistra.

 

Catal Huyuk. 6.400 a.C. Ricostruzione di affresco parietale con acqua che scorre dal ventre della dea. (J. Mellaart)



In questo kilim ritroviamo la stessa simbologia dove l'acqua scorre a onde in duplice direzione , sgorgando dal ventre materno in un flusso che sottolinea il carattere di fertilità. Questo liquido (dal latino linquere termine di origine indoeuropea, che significa lasciare) viene infatti lasciato scorrere dalla dea in una continuità che parte dal centro vitale del proprio essere, dal luogo biologico della creazione.
Ananké (il Caso ) fa si che anche in questo kilim si presentino gli stessi colori  prevalenti  (azzurro, rosso e violetto) e il numero sette ( le immagini della dea) a determinare gli stessi valori che tanti altri kilim esprimono e di cui ho già detto.

 

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