Conferenze - i Kilim di Dario Valcarenghi Via Filippo Corridoni, 6 - 20122 Milano. Tel. +39 0259901811

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Conferenze

Abstract della relazione che ho presentato alla I.C.O.C. (International Conference on Oriental Carpets)
S.Francisco   1990.

L'AFFRESCO DELLE SETTE CAVERNE



(J.Mellaart, op. cit. vol. II)

L'affresco "delle sette caverne" rappresenta un documento di straordinario interesse dal punto di vista della ricerca del simbolo religioso e descrive nelle sette immagini l'intero percorso dell'esistenza umana, da un'origine che contiene già in sé la sua fine e da una fine che contiene già in sé la nuova origine.
Il tema della dea Madre è presente nelle sue diverse manifestazioni, sempre all'interno di una caverna.
Nella prima immagine, la dea è rappresentata da una serie di simboli duali , sul suo ventre si vede il disegno incrociato di due doppi meandri. La spirale, che li  compone, è la forma più semplice per esprimere l'idea di evoluzione a partire da un punto di origine; è la linea che collega incessantemente le due estremità del divenire perchè è la risultante di due forze opposte, la forza centripeta che spinge all'interno e quella centrifuga che spinge all'esterno.
La spirale, che esprime dunque emanazione, estensione, sviluppo, continuità ciclica, rotazione creativa, simboleggia l'idea dell'energia primaria e del carattere ciclico dell'evoluzione. Ecco perchè ricorre in tutte le culture delle origini, senza eccezioni.
La doppia spirale (da cui avranno origine la svastica e il labirinto) esprime l'idea di evoluzione nelle linee tendenti all'infuori e di involuzione nelle linee tendenti al centro, indicando così i due sensi del movimento: verso la vita e verso la morte.
La dea dei doppi meandri è dunque, ancora una volta e nell'estrema concisione del simbolo, la manifestazione della dualità divina morte/rinascita, che si compie all'interno del ventre come all'interno della caverna e sta a indicare la promessa della vita che contiene, già nella gestazione, un destino di morte.

Nella seconda caverna  vediamo l'immagine della dea ripetuta tre volte in una figura più grande e in altre due più piccole.  Abbiamo già visto questo sdoppiamento quando vi ho parlato della dualità originaria : la dea comprende in sé i due opposti  (anche nel colore ), ma costituisce così una triplice divinità che all'origine della triplice dea di tante culture successive  (le tre Moire: Persefone, Demetra, Ecate ecc.), in genere signora della nascita o della fanciullezza,, della vita o dell'età matura e della morte o della vecchiaia.  In questa immagine abbiamo rappresentate le tre fasi della vita umana.

Nella terza caverna la testa del toro erge fra le corna un'immagine della dea, uguale a quella della seconda caverna . Accanto al toro le due figure femminili a gambe divaricate manifestano (qui) il potere e l'energia del sesso e della fecondità; mentre il sangue che esce dal toro sacrificale indica il valore del sangue nel ciclo vitale  e l'energia libidica a esso collegata.
Tutta questa caverna parla quindi dello slancio vitale e della forza della spirale evolutiva della giovinezza.

La quarta caverna ospita una dea steatopigia seduta su due giaguari immobili  con le teste rivolte in direzioni opposte; di fianco ci sono altre due figure di animali immobili. Questa immagine descrive il controllo sulla materia inerte, sull'aspetto statico, pesante, tellurico della realtà; rappresenta il dominio su ciò che si ritiene sempre uguale secondo un ordine dato  e quindi senza conflitto: l'alternarsi delle stagioni, l'immobilità della terra, le fasi della luna, il ritorno quotidiano del sole e così via.

Tutto invece cambia nella caverna successiva dove la dea nella sua dimensione androgina, tiene saldamente per il collo il potere distruttivo incarnato dagli avvoltoi. Come ho già detto la distruttività  è inevitabile per il mantenimento del ciclo vitale - " non nasce il grano se il grano non muore"- , ma gli antichi sentivano l'esigenza di credere che le tenebre, la morte e la distruzione che la natura porta con sé fossero emanazione della dea Madre e quindi fossero poste sotto il suo controllo.
Gli avvoltoi divorano il corpo dei defunti e sono quindi inconsci agenti trasformatori all'interno di un ciclo eterno che soltanto la dea natura può regolare.

La sesta caverna rappresenta  l'opposto della quarta. Qui le belve sono ritte, con i musi rivolti l'uno contro l'altro; la dea in piedi afferra le due criniere. Nulla in quest'immagine parla di immobilità: l'energia  non è più verso l'interno, ma verso l'esterno; nasce la dinamis del movimento. La dea manifesta il controllo sul conflitto di energie opposte, sulla difficoltà di scegliere e di conciliare o, come direbbe uno psicologo del profondo, sulla pulsione di vita e sulla pulsione di morte che nell'essere umano e nella natura si fronteggiano dall'inizio alla fine.

Esaminiamo , per concludere, l'ultima caverna, che risulta simbolicamente simile alla prima. Il ciclo è compiuto e deve ricominciare: l'uovo contiene un embrione e quattro forme vagamente viscerali lo circondano; la caverna contiene e protegge un mistero, lo stesso, sempre uguale, quello della vita e della morte che si consuma nell'oscurità.







Relazione che ho presentato  alla I.C.O.C.   - Milano  1999


IL KILIM DEL TEMPO



Vi domanderete perchè ho scelto di mostrarvi questo kilim  anatolico così apparentemente insignificante.
Come potrebbe far parte di una raccolta importante senza essere "pre 19th century", senza avere i verdi prato, il rosa albicocca, il viola notte o l'arancio mattone ? Non appare certo un kilim così unico da farci dire...ma da dove verrà?!.
Chiunque di voi guardando questo kilim potrebbe dire  ah ! È un Aydin centro anatolico del
XIX secolo  e infatti così è. Ma è anche altro. È l'ho scelto apposta perchè volevo, parlandovi  stamattina, accettare una sfida.
Farvi vedere la bellezza nascosta di un kilim non particolarmente bello nè particolarmente raro, ma significativo perché vi consente di entrare nel linguaggio di un kilim ben al di là della sua identità estetica, in quel territorio, per me così emozionante, del significato, del che cosa vuol dei quel tessuto, con gli stessi segni e le stesse forme da cinquecento generazioni.
Possiamo adesso esaminare questo kilim. Come vedete è estremamente semplice. Le figure bianche che si stagliano in negativo sul fondo, rappresentano per sei volte la dea madre, uguale a se stessa, immobile, nella sua posizione rituale, di colei che porta e mostra la sua insegna, la doppia ascia.  Vedete anche che in ogni immagine impugna due doppie asce, nella mano destra e,nella mano sinistra, come se volesse dirci che il suo mana, il suo potere si esprime solo e unicamente nell'ambivalenza che il due racchiude.

C'è qualcosa di solenne in questa essenzialità. La dea Madre non ha scettri, fulmini o spade, solo la doppia ascia, il suo simbolo più antico, lo strumento che serve per trasformare, ma in un modo e nell'altro, da una parte e dall'altra, a dispensare distruzione e costruzione.
Tenendo insieme due opposte energie, non c'è solo qualcosa di solenne che l'insieme della forme trasmette, a mio avviso, ma anche uno straordinario equilibrio che deriva dalla simmetria - certamente - e anche dalla quiete che qualche volta l'immagine della dea Madre esprime, la quiete che solo  un'archetipo di totalità può comunicare.

Ora non mi sembra il caso, in una riunione come questa, di spendere tempo per illustrare i simboli della dea Madre. Tutti sapete infatti come la grande dea sia all'origine della cultura mediterranea come archetipo della Natura che contiene in sè tutte le coppie di opposti: è bene e male, luce e buio, io e tu, energia maschile e femminile, forza e debolezza, prima e dopo e così via.
La dea Madre è un tutto, come la Natura appunto, perchè  descrive un ciclo, il ciclo degli eterni ritorni che comprende quindi , la notte e il giorno, una mattina di primavera e un uragano, la vita e la morte, il fiore di un gelsomino e il veleno di un cobra.
L'ambivalenza è la caratteristica della dea e l'ascia doppia, che tende in due opposte direzioni, è quindi la sua insegna.
Questo modo di intendere la Natura é un modo universale, eterno, tipico della nostra specie.  Noi oggi conosciamo la natura, l'abbiamo analizzata e parcellizzata dalle galassie ai quanti, ma la Natura, nel suo insieme, è ancora, nell'immaginario collettivo, questa dea doppia e sovrana.
C'è stato dunque un tempo, come dicevo, in Anatolia prima, come più tardi in Libia, nelle Cicladi e a Creta, in cui la dea Madre era venerata come divinità dominante. Poi i tempi sono cambiati e la grande Dea è stata dimenticata, ma è stata dimenticata come oggetto di culto, non come archetipo dell'inconscio collettivo. Essa è rimasta viva nei nostri sogni per esempio e nel nostro modo di intendere " la legge di natura ".
In tempi storici più vicini a noi è successo che nuove forme religiose e culturali abbiano frammentato l'archetipo della grande Madre che - come si diceva - riassumeva una totalità di una serie di personaggi maschili e femminili rappresentanti di un particolare insieme di qualità: la dea dell'amore o della sapienza, della terra o della luna, il dio del conflitto o del fuoco o del sole e così via.
Un esempio per tutti è quello che rappresenta una scultura del secondo millennio  del dio ittita Tesup (nel Museo archeologico di Istanbul), che impugna la doppia ascia con una mano, con l'altra il fulmine e tiene alla cintola una spada, stando ritto su un toro. Ecco cosa intendevo parlando della successiva frammentazione del l'archetipo della dea Madre: non esiste più quiete, immobilità, equilibrio e quella solennità senza tempo che l'archetipo della totalità rappresentato dalla dea Madre ci comunicava anche nel nostro kilim.

Adesso dominano il movimento e la molteplicità, rappresentati dalle diverse e contrastanti insegne. Dalla Madre sono nati dei figli e delle figlie, parti di lei e Tesup porta ancora come retaggio culturale l'insegna dell'origine , la doppia ascia, ma la spada e il fulmine sono li a segnalarci la caratteristica definitivamente fallica di quel dio maschile , nella cultura bellicosa del popolo ittita . Ma se allora Tesup, come tanti altri, come Zeus, Apollo, Osiride è li a dirci che i tempi stavano cambiando, che erano cambiati; se si affermava il patriarcato, come mai le donne anatoliche continuavano a tessere queste antiche figure ? Ancora fino al secolo scorso?
Non vedo altra spiegazione che in questa: il culto della dea Madre ha ceduto sotto la pressione patriarcale , ma il significato l'archè della dea, sono rimasti vivi in uno spazio psichico sotterraneo che viene definito inconscio collettivo.

Nessuno fa più sacrifici sul l'altare di Astarte o di Inanna - ovviamente - , ma in un angolo segreto di ognuno di noi è rimasta una comune idea di Natura, l'idea di una energia incontrollabile e insondabile che regola la vita e la morte e tutto quanto in essa contenuto.
È questa idea di totalità e di sapienza che ha continuato ad essere rappresentata da tante generazioni di donne anatoliche, forse persino analfabete, sicuramente inconsapevoli, come qualcosa di necessario, di eterno e di sacro.

E quindi io credo che in definitiva il valore del kilim sia proprio in questo suo essere l'unica straordinaria scrittura di un popolo "femminile" senza scrittura, giunto fino a noi.  Ma come mai?
Se spacchiamo un sasso, possiamo scoprirci dentro lo scheletro di un dentice preistorico, uguale a quello che lasciamo sul piatto dopo averlo mangiato.
Noi sappiamo che il pesce fossile ed il pesce che oggi noi mangiamo sono parenti -non abbiamo dubbi - anche se nessuno di noi può provarlo, perchè i pesci non scrivono e non lasciano dati anagrafici .
Anche i kilim nascono l'uno dall'altro come i dentici e come i dentici sono muti e tuttavia eloquenti nel riproporre identiche forme nello scorrere de millenni.

Perchè vi propongo una similitudine così stravagante e provocatoria, so bene anch'io la differenza che passa fra una riproduzione naturale e una produzione culturale. Ma il fatto è che nel caso dei kilim si tratta di una produzione culturale molto, molto particolare. Vorrei dire unica e tale da farla somigliare più ad un evento naturale che ad una elaborazione del pensiero.
Perchè dico questo? Perchè i kilim sono l'unica espressione dell'attività umana che, nel corso di ottomila anni, sia rimasta uguale a se stessa, mentre tutte le altre forme culturali si trasformano nell'incessante movimento delle civiltà.

È infatti dai kilim raffigurati negli affreschi parietali del neolitico anatolico e quello che abbiamo sotto gli occhi constatiamo che, spesso, uguali sono le forme geometriche, il contrasto positivo - negativo delle immagini, la specularità fra le due parti sempre riconoscibili, uguali sono anche i colori, le costanti numeriche e le figure.  

Nel ribaltamento dell'immagine del kilim che abbiamo fino a qui preso in esame non riconosciamo più le sei dee, ma sette "assi di picche" (che richiederebbero una ulteriore lettura): è il gioco dei positivi e dei negativi che nella filosofia dei kilim non hanno lo stesso significato, ma hanno lo stesso valore e la stesa dignità nella loro diversità.



E questo è un fatto straordinario: tutto cambia e i kilim restano sempre uguali a loro stessi.  Nel corso del tempo sono tessuti da mani femminili che compiono sempre gli stessi gesti, che ripetono le stesse sequenze. Di madre in figlia si passano il sapere del kilim che diventa semplicemente tradizione.  Ma perchè? Perchè non è mai successo che una donna anatolica un giorno facesse un kilim a fiorellini . Così prive di fantasia?
Così ligie verso il loro passato?  Così poco personali nel loro lavoro?
Non è questo il punto. Per cercare una spiegazione dobbiamo fare un'associazione indietro nella memoria collettiva a ricordare che è esistito un tempo mitico prima di un tempo storico e se il passaggio dall'uno all'altro non è segnalato da frontiere, questo non vuol dire che non sia stato drammatico e definitivo. Il tempo mitico è il tempo dell'origine di ogni cultura, è la formazione delle immagini archetipiche che rappresentano caratteristiche costanti  ed eterne di modi di essere.  È l'origine del pensiero segnato dall'energia del principio materno, che contiene  e non separa gli opposti e quindi è sempre uguale a se stesso. O in altre parole, nel tempo mitico, la trasformazione non ha alcun senso perchè nel contesto inconscio e archetipico tutto è già contemplato. Come sappiamo, invece, il tempo storico è il tempo della separazione, della cultura patriarcale, del mondo come  lo conosciamo.
E' il tempo delle cose che cambiano. Per una serie misteriosa (o forse non tanto misteriosa) di circostanze le donne anatoliche, pur immerse come è ovvio nel tempo storico che ci è comune, quando si ponevano al telaio, rientravano, per così dire, nel tempo mitico e quindi in una dimensione più eterna che temporale, suggestionata da immagini archetipiche, dove il passaggio di consegna tra madre e figlia assumeva un valore sacro e inviolabile.

Il rispetto della tradizione non sembrava quindi da attribuire a mancanza di fantasia, ma alla consapevolezza della religiosità, che proprio nella ripetizione degli stessi gesti si nascondeva, si conservava, si tramandava.
Ecco perchè io affermo che in nessun caso è possibile riconoscere nel kilim tradizionale anatolico antico una forma d'arte, perchè l'arte come ricerca conscia e individuale, appartiene di diritto al tempo storico ed è quindi sottoposta ad una continua evoluzione.  Il kilim tradizionale anatolico antico invece, come unica eccezione, rientra - come vi dicevo - nel tempo mitico che le donne anatoliche, nel corso delle generazioni , hanno silenziosamente protetto dal movimento dell'effimero.
È quindi grazie a loro che il kilim è riuscito a seguire una sua strada sotterranea  a superare inalterato nella sua forma e nel suo senso tante migliaia di anni per arrivare fino a noi.


Ma io credo di avere trovato un altro filo sotterraneo che mi porta all'origine del valore di questo tessuto. Un filo che finisce proprio sul suo nome, sulla parola kilim.
Kilim è una parola composta dalla radice ki e dalla desinenza lim.
In lingua accadica ,la lingua più antica delle culture mediterranee, la radice ki vuol dire "come" e la desinenza lim vuol dire "dentro" o " cuore ". Attenzione, lim in accadico, come desinenza, sembra però opporsi a lim come radice in tutte le altre lingue che conosciamo , se è vero come è vero che "limite" definisce nello spazio, nel tempo e nella sfera concettuale il perimetro di un contenuto  cioè un "dentro". Naturalmente non c'è un dentro se non c'è un fuori. Il concetto di dentro definisce il concetto di fuori e viceversa, e l'incontro di questa dualità produce  "l'oltre", forse un'idea di totalità.
Anche in greco del resto la parola "psichè" significa anima (cioè dentro), ma anche respiro (che è confine tra l'interno e l'esterno del corpo) e anche vento - anemos - (che si espande nell'oltre). In base al principio di identità , quindi, nella parola kilim potremmo leggere in controluce un'insieme che è l'anima, che comprende il dentro e il fuori e che cerca di spingersi oltre un'idea di totalità che, come dicevo, il tempo mitico tutela ai margini della storia.

Non solo, ma in base a sorprendenti assonanze fonetiche la lingua accadica sembra voler collegare il significato della parola  kilim ad altre parole simbolicamente adiacenti.   Vi faccio qualche esempio.

MUKIL            =  GUIDA
KALLUM        = MESSAGGERO
KIMU              = STIRPE
QULLUM       = CERCHIO  o ANELLO o SIGILLO (identità)
KILLU             = LUOGO  DI   CUSTODIA
KULUM         = TUTTO o TOTALITÀ

Il significato della parola 'ki-lim" che per estensione è traducibile in "come-anima", non è allora anche associabile a parole come guida,messaggero, stirpe, identità, luogo di custodia e totalità !?

Ma lasciamo ora le riflessioni etimologiche per spostarsi sul terreno geografico che è anch'esso lì a confermare la complessità simbolica del kilim.

Il ki-lim tessuto a telaio nasce in Anatolia e in quei confini è stato tramandato ed è arrivato fino a noi.
Ma l'Anatolia non è una qualsiasi è regione del Medio Oriente oggi compresa nella Repubblica della Turchia.
L'Anatolia è stata la culla della prima grande civiltà del Mediterraneo, una cultura fondata sull'ordine matriarcale , che come unica  "scrittura ", cioè come unico linguaggio codificato, ci ha lasciato il kilim.

Anatolia vuol dire madre terra e questo è anche il nome che i greci attribuivano e attribuiscono alla direzione dell'Est. Cioè alla direzione che vede il sorgere del sole e quindi l'origine di ogni cosa.
Difficile dire quanto la civiltà greca, egizia e mesopotamica e anche cretese debbano alla cultura anatolica che le ha precedute e che si trova geograficamente al loro centro. Ma certo, è in quel territorio che si è salvato quello che io chiamo il tempo mitico, cioè la possibilità di rappresentare un complesso simbolico eterno, fuori dal tempo storico, un'insieme di idee, di modi di essere tipici dell'intera umanità.

 

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